Alla scoperta di “Wagadu” con l’autore: Allan Cudicio

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Abbiamo vissuto, da questo lato dell’Atlantico, la “ribellione” degli afroamericani, con il suo portato di simboli, di storia e anche di posizionamenti strategici, come spettatori. L’Europa per storia e composizione demografica ha una situazione molto diversa e tante cose non sono comparabili, ma la nostra frequentazione con l’Africa è indubbiamente maggiore e le colpe coloniali nel cosiddetto “Continente Nero” sono diventati un campo di studio molto vasto, per la vastità dei contatti (e delle rapine) avvenute. Tutto questo preambolo non serve a far sentire il lettore colpevole di qualcosa, ma semplicemente per dare delle coordinate e per capire come il tema dell’immaginario occidentale nei confronti dell’Africa sia molto problematico. Spesso non si dà all’Africa una sua dignitosa soggettività, una delle prove è l’assenza di un immaginario afrofantasy che possa diventare patrimonio collettivo. Ma qualcosa si muove e si muove anche grazie al genio italico. E’ di questi giorni lo svolgimento di un progetto su Kickstarter a proposito di un progetto crossmediale (un MMORPG e un setting di 5a edizione) chiamato “Wagadu Chronicles, basato sulla storia e il folklore africano e scritto da Allan Cudicio che ha presentato il progetto in Italia tramite Il Salotto di Giano, raccontando i termini del progetto e masterando una sessione su Discord grazie al corposo Quickstart che è a disposizione di tutti.

Tra l’altro – è notizia in anteprima per tutti voi – che il Salotto di Giano, tramite la “Giano Academy – Accademia del Gioco di Ruolo”, entro la fine dell’anno, curerà UFFICIALMENTE la traduzione e adattamento del quickstart di Wagadu. I corsisti della Specializzazione in Traduzione Ludica, infatti, avranno la possibilità lavorarvi come Prova Finale del corso e vedere il loro lavoro pubblicato sul sito ufficiale del progetto. Questo è evidentemente un passo utilissimo ad una possibile localizzazione italiana di Wagadu!

Detto questo passiamo alle nostre tradizionali Quattro Chiacchiere con…

Raccontaci di te Allan: chi sei e come sei finito ad occuparti di giochi?

Son mezzo friulano e mezzo ghanese, ho vissuto in Italia fino all’università e da allora ho girato un po’ il mondo. Ora sono 7 anni che vivo a Berlino.

A 14 anni mi sono comprato i manuali di D&D e 5 set di dadi per gli amici – ho organizzato una sessione senza aver mai visto nessuno giocare, solo per sentito dire.

Da allora la mia passione per il game design non è mai calata, e dopo una parentesi in ambito più commerciale son passato a lavorare nel Game Design fisso.

Berlino è un posto molto diverso dall’Italia, sia culturalmente che lavorativamente, che cosa puoi dirci?

Lo è pure rispetto alla Germania in generale. Berlino è particolarmente aperta di mente e da molto posto alla cultura. È meno commerciale di Londra e meno classista di Parigi. Ovviamente è meno conservatrice delle città italiane. Ironicamente potrei descriverla come un posto per “disadattati”, nel senso più simpatico ed inclusivo. Questi sono prerequisiti importante per uno spirito libero e creativo come me.

Inoltre la scena videoludica sta crescendo, ed ha una dimensione indie molto forte.

Parliamo di Wagadu Chronicles: innanzi tutto te lo dico subito per me è sì, nel senso che è un qualcosa che aspettavo, d’altra parte purtroppo mi pare che – sia per motivi interni alla community italiana che contestuali del paese – non poteva nascere qui in Italia. Che ne pensi?

Concordo. Ho visto giusto ieri un video di due giovani giornalisti videoludici italiani che parlavano del progetto (la parte MMO) e mi ha colpito quanto a disagio erano quando menzionavano i temi dell’antirazzismo e dell’inclusività LGBT che sono alla radice del progetto.

Il fatto che mi sia totalmente disabituato a gente giovane, soprattutto nell’ambito creativo, che abbia problemi con queste tematiche, è tutto dire sulle difficoltà che avrei avuto in Italia.

Crescere nero e gay in Italia è dura, mettiamola così.

Un progetto crossmediale tra videogame e setting di DnD, ambizioso ma soprattutto fighissimo come approccio! Tu del resto vieni innanzi tutto dal mondo della programmazione e del game design videoludico, cosa porti dentro questo progetto delle tue esperienze passate? Raccontaci la tua visione…

Come dicevo, gioco a D&D da 20 anni, dunque l’elemento tabletop c’è sempre stato ed ho sempre sognato di lavorare su videogioco che incorporasse questo elemento (come dicono, se Maometto non va dalla montagna… ).

Sicuramente la mia professione di Game Designer ha influito molto sul mio stile come tabletop designer. Ad esempio quando lavoravo per giochi online, avevo moltissimo a che fare con dati e statistiche e mi sono abituato ad osservarli quando faccio decisioni. Dunque pure i lignaggi, le genti di Wagadu, sono stati influenzati da un’analisi delle statistiche e percentuali di preferenza di archetipi fantasy nei principali giochi di ruolo.

Alcuni designer credono che i dati siano in conflitto con la creatività, io credo che si aiutino a vicenda per creare prodotti ed esperienze superiori.

Un tema che ha attraversato la community del gdr è quello della cosiddetta “appropriazione culturale”, in particolare se n’è parlato a proposito della comunità asiatica a causa del famoso setting “Oriental Adventure” di AD&D. Episodio che ha da poco infiammato di nuovo gli animi, anche se a volte non è chiaro quanto il problema sia diffuso perché – permettimi questo esempio – negli persone con ascendenze asiatiche negli USA hanno criticato la scelta di usare Scarlett Johansson per il ruolo di Motoko Kusanagi in Ghost in the Shell, con una accusa di white washing, mentre in Giappone erano estasiati. Che ne pensi? Come ci si può regolare? Qual è il modo migliore per rispettare una cultura e un popolo quando si progetta però un’opera di fantasia?

La questione dell’appropriazione culturale è complessa perché secondo me è una descrizione che viene utilizzata per troppi contesti, al punto che non significa più molto.

Come in tutto, il contesto è la cosa principale. È come la religione, sta un po’ alla persona capire cos’è appropriato dire e fare con persone di una certa religione se non ne fai parte per non urtare la loro sensibilità. Nell’esempio che fai, i giapponesi-americani hanno una storia diversa dai giapponesi del Giappone: pur essendo cittadini americani, sono stati discriminati per decenni e pure internati come potenziali traditori nella Seconda guerra mondiale – se si sentono frustrati per mancata rappresentazione in un film che pensavano “appartenesse” loro, posso capirli. Pure i neri africani ed americani hanno storie e problemi molto diversi.

Se una cerca di capire questi contesti e si muove con rispetto, credo che si possano evitare la maggior parte di questi problemi.

Torniamo a parlare di Wagadu Chronicles, questo setting è una occasione per espandere i confini del fantasy, a cosa ti sei ispirato per scrivere questa ambientazione? Esiste un fantasy africano a cui hai fatto riferimento?

C’è qualcosetta, soprattutto nell’ambito letterario, ma non mi sono rivolto molto a quello che già c’era perché’ l’ho trovato limitante. Il mio obbiettivo era quello di creare un mondo alla Tolkien, dunque mi è servito andare alla radice delle tradizioni e culture e leggermi un sacco di “materiale originale”. Quello che c’è già fuori, a parte che e’ pochissimo, ma e’ già “rimasticato” e francamente spesso un po’ superficiale (ad esempio l’uso della magia voodoo alla Hollywood).

Così si spiegano le pile di libri sull’Africa a casa mia.

Una rappresentazione positiva, innovativa, tridimensionale e in 4K dell’Africa è assolutamente necessaria per uscire dagli stereotipi del Continente malato, questo passa anche dalla valorizzazione in Occidente del bello che l’Africa può proporre culturalmente al mondo, che ne pensi?

Perso che avverà come per la Cina. Prima tutti pensavano fosse poverissima e poi “all’improvviso” è diventato questo posto ultra-avanzato e moderno.

L’Africa sta crescendo e su alcune cose, come i trasferimenti monetari via cellulare, è più avanti dell’Europa. Ad un certo punto, “improvvisamente”, ci si renderà conto che l’Africa non è più “indietro”.  

Ma in Africa si gioca di ruolo? Wagadu Chronicles può essere una occasione in più?

Sì, al Comicon Africa il mese scorso hanno pure giocato a Wagadu in alcuni tavoli.

A proposito di giocate: il KS è partito e tu e Stefano Stradaioli (collaboratore  del progetto) avete fatto la vostra prima uscita ufficiale in Italia al Salotto di Giano di Roma. Partita online ovviamente, ma come nasce questa collaborazione?

Conosco Stefano da quando, più di un decennio addietro, giocavamo di ruolo insieme in un server di Ultima Online. Io ruolavo una sacerdotessa bibliotecaria che non sapeva combattere: quando la nostra città entrò in guerra, mi insegnò a combattere, da lì tante avventure virtuali ed un amicizia reale. Bella storia nerd ora che la descrivo.

Grazie mille Allan!

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Lucandrea "Jarluc" Massaro

Con il nick di Jarluc lo trovate loggato qua e là sul web, è il boss di questo blog
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