Vivere Mille Vite, una recensione appassionata

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Questo è un fuori programma per certi versi, o forse la naturale evoluzione di un progetto. Quando ho iniziato questo blog ero per lo più interessato a parlare dell’esperienza ludica tabletop, per lo più giochi di ruolo e da tavolo. La stessa intestazione del blog pretende di essere una sorta di manifesto: Io Non Gioco da Solo, almeno in parte era una sorta di ribellione luddista e forse un po’ boomer (ho 40 anni cazzo, sarà pure mio diritto) nei confronti dell’intrattenimento solitario del videogame. Intendiamoci, ho un grandissimo rispetto per l’industria videoludica e sono tutt’altro che in linea con certe esternazioni calendiane, dipendesse da me in Industria 4.0, nelle bozze per l’uso del cosiddetto “Recovery Fund” e insomma per la politica industriale (e culturale!) del Paese sarebbe non solo utile ma assolutamente necessario un investimento strutturale verso questo settore che può portare posti di lavoro, alta redditività, innovazione, e – da convinto sostenitore del genio italico – un nostro posto nel comparto creativo (dal design, alle architetture fino alla composizione musicale) che potrebbe essere una manna per molti settori “collaterali”. Tutta ‘sta lunga e inutile pippa per dire che: amo i videogame ma non ne sono un frequentatore e non volevo buttare dentro un blog ludico il tema dei videogiochi, ma poi leggendo il libro di Lorenzo Fantoni (Vivere mille vite, Effequ), ritrovando pressappoco la stessa esperienza, fatta di socialità attorno agli arcade, o i pomeriggi passati con gli amici di scuola ad esplorare i dungeon di EoB con in mano la mappa del livello dei Drow presa da The Games Machine, mi sono reso conto che questa – come tante volte fanno le categorizzazioni – alla prova delle cose vacilla. Lo stress test del separare la vita ludica di una persona in tabletop e laptop (o console) in un anno strano come quello che abbiamo appena vissuto non ha (quasi più) ragion d’essere.

Non un saggio, ma una biografia critica

In Vivere Mille Vite, si assaporano – quasi in una sorta di romanzo di formazione – i passaggi che hanno accompagnato tanto un settore nel suo insieme, quanto i checkpoint della vita di molte centinaia di migliaia di giovani italiani e non. Tutti quelli che hanno più o meno una età sopra i trenta-trentacinque anni ricorderanno, chi più chi meno, le stesse esperienze che Lorenzo racconta senza retorica in una biografia asciutta ma mai banale, che vi consiglio vivamente di comprare e soprattutto di leggere. La stessa struttura del libro si snoda come un open world: ogni parte è leggibile per conto proprio, senza avere bisogno necessariamente dei capitoli precedenti o successivi, anzi dando al lettore diverse modalità di fruizione, da quella analogica lineare a quelle tematiche, con strutture ad albero che ricordano quelle dei librogame, altro elemento ludico dell’infanzia-adolescenza di una intera generazione di millennial che effettivamente ritrovava in quello strano ibrido cartaceo le stesse impostazioni dei videogiochi: scelgo e faccio la mia storia, se non mi piace o perdo metto un altro gettone e ricomincio e vediamo che succede. Anche questa lezione è importante per gli intenti di questo blog, così come il ricordo dei pomeriggi a fare da mappatore o ad ascoltare le indicazioni dei miei amici mentre ci addentravamo nei livelli di Undermountain a Waterdeep. Quei ricordi sono reali, quell’emozione è reale quanto quelle visite nei Reami Dimenticati svolte attorno al tavolo, così come è reale quell’amicizia che si è forgiata attorno ad un tavolo e che oggi invece – per esempio – si sviluppa tramite un canale di Discord. La storia del videogioco, molto ben documentata dall’Autore, fa assaporare con ancora più gusto chi ha potuto vedere davvero quei pixel spigolosi trasformarsi in mondi enormi come in World of Warcraft o in opere d’arte visiva e narrativa come in Red Dead Redemption 2, se naturalmente la nostalgia di certe atmosfere possono prendere il lettore, non c’è dubbio che il cammino dell’eroe e quello dall’infanzia all’adultitudine, passando per l’adolescenza sono spesso accomunati dagli stessi drammatici passaggi e sacrifici, quali la perdita, la solitudine, lo spaesamento, ma la meta della vita e quella del gioco sono le stesse come ci dice il nuovo film di Pixar (Soul): cioè vivere. Non la vittoria o gli achievement, non fare o avere questo o quello, ma vivere una vita piena, ricca di esperienze, di relazioni, di momenti significativi e quindi sì, anche delle mille vite del gioco, quale esso sia.

Quindi buona lettura, che siate ventenni o quarantenni, che siate amanti dei videogame oppure no, se volete vivere un’avventura qui ne trovate una interessante…

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