Quel gran genio di Terry Pratchett

A pochi giorni dall’anniversario della sua scomparsa vogliamo ricordare il celebre scrittore britannico

Come si fa a non amare uno così?

di Silvia Brunati

“Scrivi un articolo su Terry Pratchett.”

Sembrava facile. Vista la quantità di libri che ha scritto, venduto, i milioni di fan in tutto il mondo, ero convinta che non avrei avuto alcuna difficoltà a trovare qualcosa da dire su di lui. Eppure ho tergiversato per giorni perché, davvero, come si fa a scrivere qualcosa su uno che andava ai festival della lettura indossando la maglietta “Tolkien è morto, J. K. Rowlings ha detto di no, Philip Pullman non ce l’ha fatta. Salve, sono Terry Pratchett. Un autore che con la sua ironia ha fatto ridere milioni di lettori e che, quando gli è stata diagnosticato l’Alzheimer, non si è fatto problemi a renderlo pubblico e ha ringraziato i suoi fan per le offerte di aiuto specificando però che avrebbe accettato solo quelle di “geni della chimica”. Davvero, come si fa?

Terry Pratchett ha scritto tanto, vendendo tanto. E già di per sé questo è un successo.

È riuscito a combinare comicità e fantasy ottenendo un mix che nessun altro è riuscito ad eguagliare, facendo ridere e, nello stesso tempo, nobilitando un genere che viene generalmente considerato minore.

È stato un maestro nell’arte del mascherare con la comicità temi seri, riflessioni sulla vita, la morte e persino la politica.

È cresciuto con i suoi lettori che lo hanno accompagnato libro per libro, amando i personaggi che ha creato, divorando i suoi libri e che, tutt’ora, nonostante non ci sia più, continuano a seguirlo.

È di quelli da rileggere più volte, perché ogni volta si scopre una sfumatura che prima ci era sfuggita, o una frase cui non si era fatto caso, ma che a distanza di tempo, con un’altra maturità, assume tutto un altro significato. Eppure non è un autore difficile, anzi, se uno volesse potrebbe leggere tutte le sue opere con la leggerezza di chi non vuole avere pensieri, apprezzandone i giochi di parole e i personaggi al limite dell’assurdo. Ridendo per le situazioni in cui vengono a trovarsi i protagonisti e meravigliandosi per l’inventiva di uno scrittore che riusciva a non essere mai banale.

Il comandante Vimes, il mago Scuotivento, la Morte (in tutte le sue manifestazioni), Nonnina Weatherwax prendono vita insieme ai luoghi in cui si muovono (la città di Ankh-Morpork fra tutto) o sui quali vivono (il Mondo Disco e la grande A-Tuin, la tartaruga che nuota nell’universo), e non è più possibile liberarsi di loro.

È un fantasy diverso quello di sir Terry Pratchett, che riesce ad essere epico nonostante, e grazie, alla comicità; che sfrutta i giochi di parole e le situazioni assurdamente (e così tipicamente), inglesi.

Per questo è difficile amarlo in Italia, ma non solo.

Innanzitutto la lingua non aiuta.

Tradurre Pratchett è davvero un incubo per chi lo fa di mestiere (molti dei giochi di parole perdono di senso una volta tradotti o non reggono altrettanto bene) e non tutti sono in grado di leggerlo in originale. Da qui il ridotto numero di suoi libri tradotto.

In secondo luogo, la sua comicità mal si abbina allo spirito italiano (se non ami i Monty Phyton, difficilmente ti troverai bene con Pratchett).

In terzo luogo, beviamo vino e i suoi libri andavano forte solo “nei paesi dove si beve birra”, per cui una buona parte degli italiani è automaticamente esclusa.

Eppure Pratchett vale più di un tentativo perché la sua è una lettura intelligente, fatta di verità profonde, risate e tanta umiltà (molto meglio di tanti autori che cercano di sorprendere senza originalità). È un amico che ti accompagna nei momenti tristi e in quelli in cui un sorriso può cambiare il colore di una giornata.

È qualcuno che ci mancherà quando finiremo di leggere tutti i suoi libri e, proprio per questo, ci spingerà a rileggerli di nuovo.

Per cui il mio consiglio è dategli una chance, in italiano se volete, o in originale se riuscite, perché, man mano che andrete avanti nella lettura, vi accorgerete di sorridere sempre più, fino a quando non riuscirete a non ridere di cuore.

Ci vuole più abilità a far ridere che piangere. Pratchett era un maestro in questo.

Quattro chiacchiere con: la signora del Salotto di Giano, Laura Cardinale

Chiacchierata con Laura “Cardiff” Cardinale

C’è un posto a Roma dove si gioca, si legge, si imparano un sacco di cose, ad animare questo posto c’è una ragazza, classe 1994. Il luogo è Il Salotto di Giano, lo vicepresiede (parole sue!), Laura Cardinale, che contattiamo per il suo molteplice ruolo nel mondo ludico capitolino e non solo. Animatrice di incontri e serate di Buio, scrittrice di avventure, collabora una importante casa editrice del settore. Romana e intrisa di romanitas, ha mantenuto viva la fiaccola di Lex Arcana anche quando il gioco era un prodotto di un’altra era del gioco di ruolo italiano, adesso scrive avventure per la nuova edizione.

Partiamo a bomba: il 25 maggio super evento a Roma per il lancio di Lex Arcana in una location pazzesca organizzata dal Salotto di Giano che tu, abbiamo detto, vicepresiedi. Raccontaci qualcosa….

Si tratta di una grande iniziativa per noi, un’occasione per mettere sempre di più in pratica quello che è il nostro motto: “fare cultura divertendosi”. Trattandosi dell’apertura in esclusiva di un’area archeologica romana [Lo stadio di Domiziano, Ndr], abbiamo subito pensato che sarebbe stato bello trattare Lex Arcana. Più romani di così…!

Come si svolgerà?

Sarà un lungo pomeriggio, dalle 17.00 alle 24.00 per circa 7 ore di attività. L’idea era di creare qualcosa di completo, quindi avremo un po’ di tutto: dal gioco di ruolo alla visita guidata, dall’incontro con gli autori all’aperitivo archeologico, fino alla mostra di figurini storici grazie all’accademia di modellismo. L’evento sarà unico in ogni sua parte, secondo il programma stabilito. Si inizia con la visita in esclusiva (anche in alcune aree solitamente non direttamente accessibili al pubblico come la parte di scavi dell’Ecole Francaise), poi i figurini storici, l’apericena e, infine, tre ore di sessione originale con il nuovo regolamento. L’avventura sarà ambientata nel retrosetting ufficiale (quindi non in epoca di Teodomiro, bensì antecedente) e, ovviamente, sarà legata alla storia dello Stadio. Ovviamente abbiamo inserito la scelta, chi vuole potrà non sedersi al tavolo e stiamo già strutturando assieme ai nostri ospiti alcune alternative. I posti, dopotutto, sono davvero limitatissimi. Il che rende l’iniziativa ancora più esclusiva, con posti limitati.

Il Salotto di Giano è una delle realtà più attive nel gdr nella Capitale e non solo, visto che “giocate anche in trasferta” come il Firenze Festival. Come nasce, quando e perché?

L’associazione nasce nel novembre 2015 pensando a tutto, fuorché ai giochi di ruolo. Il che fa sorridere dato che, attualmente, sia una delle nostre attività più vive. Ci occupiamo di promozione della cultura attraverso i libri, pensandoli come mezzo di socializzazione. Ci piace mostrare come il libro sia un mezzo trasversale, in grado di unire più mondi. Abbiamo iniziato così a organizzare eventi che unissero diverse realtà: da libri e film, libri e giochi da tavolo, fino al nostro libri e giochi di ruolo. Si tratta comunque di un progetto familiare e questa è una cosa a cui teniamo molto. Nasce dall’idea dei miei genitori, da un bisogno che sentivamo di creare un posto in cui poter condividere le nostre passioni. Ormai sono due anni che portiamo avanti le nostre iniziative di GDR Letterari.

Qualche esempio?

Per esempio, in occasione della Notte Europea dei Ricercatori siamo rientrati nel bando di Frascati Scienza organizzando un evento che unisse divulgazione scientifica e giochi di ruolo. Prima è intervenuta Licia Troisi che, a partire da “Catastrofi!”, raccolta di saggi di Asimov, ha analizzato le diverse teorie esistenti sulla fine del mondo (e ne abbiamo anche letto dei brani). Poi, a partire da Notturno, romanzo di Asimov e Silverberg, abbiamo organizzato una sessione multitavolo per 30 persone. Abbiamo cercato di mostrare come potessero essere loro stessi protagonisti della ricerca scientifica, diventando ricercatori per una notte. Lo scopo era salvare il mondo!

Fichissimo! E poi c’è anche Giano Academy, a cui io stesso ho partecipato e mi sono molto divertito, che è una iniziativa unica in Italia proprio perché si concentra sul gdr e non sul boardgaming. Prossime iniziative?

Esatto, la creazione più recente! Annunciata a novembre 2017, è diventata operativa da gennaio 2018. In un anno abbiamo avuto più di 50 corsisti e, alcuni corsi, sono stati già replicati quattro volte. E’ stata un’iniziativa nata proprio dai soci, da un’esigenza che c’era in associazione. Sempre più persone ci chiedevano consigli su come fare una o tal’altra cosa. Ci piaceva l’idea di dare una forma alla nostra passione, di mostrare come si possa creare una professione.

A livello di accademia sì, abbiamo optato per essere “Giano Academy – Accademia del Gioco di Ruolo“, prediligendo proprio questo aspetto, che è quello in cui siamo maggiormente competenti. Ci sono già molte realtà che si occupano di game design, ma nessuna in Italia che avesse dei corsi organici sul Gdr. Come dicevo, era un’esigenza che sentivamo noi in primis in associazione, per quello abbiamo deciso di dedicarci a questo. Il gdr, obiettivamente, è soggettivo. Quello che a me può piacere in un master, non è detto possa piacere a un altro. Però è pur vero che ci sono delle caratteristiche che possono essere valutate: scrittura, illustrazione, narrazione e via dicendo. Sono tutte competenze che esistono e vengono insegnate in altri settori. Quindi perché non chiamare esperti e insegnarle, declinate in ambito gdr? Noi insegniamo delle tecniche, poi i corsisti decidono di applicarle o meno con i metodi che preferiscono e sentono più loro.

Molto interessante, tu personalmente collabori come freelance anche con Need Games e di Lex Arcana hai scritto una delle avventure del Kickstarter, cosa ci puoi dire?

Con Need Games ho collaborato recentemente per l’editing di due manuali, Nazioni di Theah vol.2 e il nuovo Tails of Equestria. Faccio editing da un bel po’ ma è stata la prima volta nel campo dei manuali per il Gdr, è stato davvero bello! Con Lex Arcana è stata un’esperienza strana! E’ la mia prima avventura pubblicata ufficialmente e… la prima che ho scritto in assoluto per Il Salotto di Giano, quando ci aprimmo ai Gdr. Forse una delle mie storie preferite in assoluto. Ironicamente, quella che ci ho messo di più a scrivere “per bene”, dopo essermi stato chiesto di pubblicarla.

Ci sono altre tue opere in giro?

Occhio agli spoiler…diciamo che a breve usciranno un paio di cose mie, in download gratuito e con il “consenso ufficiale” di autori/editori per giochi diversissimi tra loro, peraltro! (ride)

a proposito di Need Games: parliamo di My Little Pony Tails of Equestria, insieme a “Mostri!? Niente paura!” (in Italia con Wyrd, Ndr) è uno dei rarissimi casi di giochi di ruolo pensati per i più piccoli, un modo per introdurre anche i bambini al gioco di ruolo da tavolo. Cosa ne pensi? Cosa ci sarà nel manuale? Come ci si approccia al gioco coi più piccoli? Che giochi consiglieresti?

Cosa c’è nel manuale lo so bene, ma anche qui rigorosamente niente spoiler! Devo dire che sono prodotti che mi piacciono. Lavoro molto nelle classi, anche per via del progetto pilota di gdr didattico che stiamo portando avanti quest’anno, e devo dire che sia sorprendente vedere l’entusiasmo dei ragazzi. Con fasce ancora più giovani secondo me è fondamentale: sviluppa creatività, immaginazione, dialettica. Aiuta il confronto con gli altri, il rispetto, la responsabilità. Approcciarsi al gioco con i più piccoli è secondo me bellissimo, oltre che molto divertente. I ragazzi sono intelligenti e riescono sempre a stupirti. Non scorderò mai un ragazzino di 8 anni che, con Mostri!? Niente Paura!, ha voluto fare a tutti i costi un t-rex collezionista di palline rosse che aveva come “tana” la chiglia di una barca. Alla domanda “come fai a raggiungere i tuoi amici?” la sua risposta è stata “con un razzo”. E in effetti aveva perfettamente senso (ride) Diciamo che, secondo me, sia Tails che Mostri, sono perfetti con fasce “giovani”. Ultimamente, sebbene in forma leggermente semplificata, mi sto trovando molto con Avventure nelle Terra di Mezzo con i ragazzi delle scuole medie

Se non sbaglio Il Salotto collabora con LabGDR proprio usando ATM…

Esattamente, uno splendido progetto! Utilizzano il Gdr come mezzo non solo terapeutico ma anche educativo. Un’iniziativa stupenda che si sta ampliando sempre più.

Domanda forse scontata, ma è un tema di cui si discute ancora e con maggiore approfondimento: donne e giochi di ruolo, donne master (in questi giorni ci si interrogava nei forum su Facebook sull’articolazione: la Master, il master, la mistress con un pericoloso avvicendamento al mondo del fetish), linguaggio inclusivo. Tu che sei giocatrice, autrice, master, animatrice che esperienza hai? C’è chi ti tratta da fenomeno o che storce il naso?

Buffo, perché proprio da quando si è sollevata la questione ho iniziato a farci caso e, prima, non mi ero mai posta il problema. Solitamente mi sono sempre immaginata come Master (senza articolo), al massimo “la”, ma non mi è mai piaciuto molto. Laddove poteva esserci la conversione alcuni modificavano (ad esempio per alcuni miei player di Lex Arcana sono la “Demiurga” anziché “Demiurgo”). In generale non ho mai avuto molti problemi. Io, personalmente, sono dell’idea che cercare di convertire un nome con una sua storicità non ha senso. Cioè, abbiamo moltissimi esempi di categorie che utilizzano lo stesso sostantivo al maschile e al femminile senza variazione di articolo. Ho trovato però molto suggestivo un commento che ho letto che parlava di “Dungeon Lady“. Non so, ha un qualcosa di affascinante! Fortunatamente comunque nessuno si è mai stupito più di tanto, ma è pur vero che sono in un’associazione in cui, di 200 e passa giocatori, poco più della metà sono donne. E’ difficile vederci come “un fenomeno” quando al tavolo su sette persone, cinque sono ragazze. A noi sembra tutto normalissimo. Ma in generale, fiere tornei o altro, non ho mai assistito a scene di stupore vero e proprio Devo dire che, a pensarci, è divertente che ad aprire il progetto dei Gdr presso Il Salotto di Giano, furono due ragazze!

ll tetto di cristallo era già rotto insomma

Si decisamente…

Ascoltare il gioco di ruolo

Alla scoperta di Sonor Village, uno studio di sound design per accompagnare le vostre partite

Qual è la colonna sonora della nostra vita? Una domanda tra l’ozioso e il filosofico, ci sono delle musiche che – effettivamente – se dovessimo fare un film delle nostre esistenze, vorremmo per questo o quel momento topico oppure per la nostra ordinaria quotidianità, per dare un tono e un ritmo al mood del giorno. La musica è un attivatore potente dei ricordi e delle emozioni, allora perché non usarla anche al tavolo da gioco? E infatti molti la utilizzano, immaginando playlist per la propria partita, ma cosa succede quando gli stessi game designers, gli autori di un manuale, oltre a cercare l’immagine giusta per la copertina e per le parti salienti del manuale, vogliono dare una indicazione precisa anche per quanto riguarda il commento sonoro? Succede che possono rivolgersi ad uno studio come quello di Sonor Village e chiedere una colonna sonora per il proprio gioco, e dare così una esperienza più immersiva ai propri giocatori. In quella che è la prima intervista di questo blog, abbiamo deciso di dare la parola ad Antonio Affrunti, co-fondatore appunto di Sonor Village, uno studio di sound design romano che ha già firmato le colonne sonore di Augusta Universalis, Le notti di Nibiru (editi entrambi da Acchiappasogni) e Rockopolis (Minos Games). Con lui anche Daniele Siscaro e Gianluca Siscaro.

Antonio cominciamo subito: ci sarete al Modena Play di quest’anno?

Purtroppo i nostri impegni attuali (Stiamo finendo due colonne sonore per Fumetti ed iniziandone una per un gioco di ruolo) non ci consentono di venire al PLAY! Direi anche purtroppo visto che avevamo diverse persone da incontrare

Immagino, però appunto siete al lavoro su un progetto…

…non possiamo spoilerare!

Mannaggia! Allora torniamo in modalità seria: chi e cosa è “Sonor Village”?

Io , Daniele Siscaro e Gianluca Siscaro. Noi siamo la Sonor Village. Io e Daniele componiamo e produciamo il lavoro, Gianluca è il re dello studio di registrazione presso il quale definiamo tutti i nostri lavori. Io mi occupo molto di promozione e della parte manageriale, insomma di tutto il lavoro extra musicale… ma Daniele mi dà una mano anche in questo! Anche perché, pur svolgendo una quantità di lavoro non indifferente non riuscirei a far tutto da solo…

Avete iniziato nel 2014…

Si siamo partiti con i libri ed i fumetti cartacei

in quale ambito lavorate di più? libro, fumetto, gdr?

In questo momento di più per fumetti cartacei e digitali e Gdr Ma cerchiamo sempre nuovi spazi per la nostra attività. Ci vuole però tempo e dedizione per crescere in credibilità professionale, e non svilire il lavoro.

Su cosa vi state concentrando? Al di là dei progetti segreti su cui non si può giustamente dire nulla…

Appunto, stiamo elaborando due nuovi progetti per GdR ma non è il caso di spoilerare….. E stiamo portando avanti una campagna pubblicitari e di comunicazione sul nostro lavoro per farci conoscere e far capire che in questo momento non costiamo molto e una colonna sonora scritta ad hoc per un gioco è un mezzo potente di interazione emotiva del giocatore con le specifiche del gioco rese perfettamente in musica. In più chiunque può usufruire dei brani come mezzo pubblicitario e di lancio per il proprio gioco e vendere anche i brani stessi spalmando così il costo in modo oculato.

La logica è che si può spendere per una buona colonna sonora al pari, con lo stesso intento, di un buon impianto di illustrazioni…

Esattamente

Siete gli unici a rivolgervi direttamente al mercato ludico?

In questo momento strutturati come noi …si!!

Quanto tempo ci vuole per un soundtrack completo per un gioco e come lo sviluppate (ad esempio: lo giocate? Parlate con gli autori?) e come funziona la distribuzione?

Ovviamente prima ne parliamo con autori e/o editori poi leggiamo il manuale in pdf in modo da entrare bene nel mood del gioco con la sua atmosfera e le varie fasi. Quando abbiamo ben compreso tutto, compreso il suono che l’autore trova più confacente, sviluppiamo dei provini che una volta approvati vengono finalizzati con missaggio e mastering

Non lo testate mai direttamente?

In realtà non sempre anche per mancanza di tempo, dipende molto dal periodo dell’anno. Però i brani vengono testati dagli autori durante le sessioni di gioco dandoci così un feedback importante sulla funzionalità ed efficacia del nostro lavoro.
Per sviluppare una soundtrack completa diciamo di 30 Minuti normalmente ci impieghiamo almeno 2/3 mesi.

Accidenti! E quanti progetti potete seguire in un anno?

In realtà il nostro team di lavoro formato di base da tre elementi ma a seconda del bisogno facciamo intervenire altre persone e noi ovviamente lavoriamo anche su più fronti. Diciamo che io seguo tutto il lavoro e sono il principale compositore, ma mi occupo di supervisionare l’intero progetto dall’inizio alla fine, in modo che si abbia un suono univoco. Impegnativo ma gratificante!

Riuscite a lavorare su tutti i tipi di ambientazione?

Diciamo che possiamo andare in qualsiasi direzione perché come ti dicevo siamo un gruppo articolato che ha la possibilità di lavorare in studio di registrazione di altissima qualità Quindi passiamo dal Fantasy all’Horror, dall’Epico alle musiche d’atmosfera e d’amore. Senza dimenticare il sound design per atmosfere ed ambienti non musicali

In conclusione un grande lavoro quello di Sonor Village, e un ambito del mondo del gioco di ruolo che è ancora minoritario, ma proprio per questo è anche un terreno abbastanza vergine da esplorare, oltre che un possibile canale di finanziamento parallelo nelle campagne di Kickstarter come implicitamente suggerito dallo stesso Antonio, ma soprattutto un tassello creativo che si aggiunge a quello fondamentale delle immagini.

Grazie Gary, ti saremo eterni debitori

Il padre di D&D e indirettamente del gioco di ruolo tout court ci lasciò il 4 marzo del 2008

Troverete facilmente indicazioni sulla vita di Gygax e se sapete cos’è Dungeons and Dragons allora capirete perché, in qualche misura, se esiste un santo patrono del gioco di ruolo questo è lui, padre e capostipite di tutti noi rotolatori di dadi. Come lui probabilmente solo Greg Stafford della Chaosium, per l’impatto sulla comunità dei giochi di ruolo e sulle meccaniche stesse di gioco. Tuttavia sebbene molte delle intuizioni di Gygax siano superate da nuovi modi di intendere il gioco, è pur vero che egli fu il Newton del roleplaying, dopo sono arrivati i Maxwell e i Faraday fino ad Einstein e via discorrendo, ma sono tutti figli di quella mela, così come noi tutti siamo figli di quel d20 e siamo debitori per quella nostra ossessione per i draghi.

Se volete onorarlo sul serio però il consiglio è di leggerne la biografia a fumetti da poco disponibile in italiano. Da Tom’s Hardware:

“Rise of the Dungeon Master”, ovvero il racconto biografico di parte della vita di Gary Gygax, e di come l’estroso e fantasioso autore abbia dato genesi ad uno dei più grandi fenomeni ludici della storia: Dungeons & Dragons.

Rise of The Dungeon Master si basa, in sostanza, su di un articolo scritto su Wired nel 2008 dallo scrittore e giornalista David Kushner, un guru della cultura nerd autore, per altro, del bellissimo Master of Doom, in cui raccontò la storia della ID Software di Karmack e Romero.

Traendo spunto da quello stesso articolo, lo stesso Kushner firma i testi del volume, disegnato dalla sapiente mano di Koren Shadmi, che sempre grazie a Edizioni NPE è proprio di recente arrivato in Italia con il suo ottimo Abbadon. Capirete che con queste premesse la nostra curiosità di mettere mano al volume, per altro pregevolmente stampato, erano piuttosto alte.

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I giochi di “politica” o il “grande gioco della Politica”?

La tematica dello scontro politico – il grande alter ego della guerra – non è tra i setting più usati: come mai?

«La guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi. La guerra non è, dunque, solamente un atto politico, ma un vero strumento della politica, un seguito del procedimento politico, una sua continuazione con altri mezzi.» diceva Carl von Clausewitz nel suo trattato “Della Guerra”, una affermazione talmente vera che anche il mondo economico-politico, con le proprie dispute, sono la prosecuzione della guerra con altri mezzi, se così non fosse, generazioni di manager americani non avrebbero divorato l’altro grande trattato militare della storia antica: “L’arte della guerra” di Sun-Tzu. Di questa triade (politica-economia-guerra), solo quella strettamente militare è stata affrontata approfonditamente dal gioco da tavolo e dal gioco di ruolo. Certamente perché siamo tutti debitori dei primi wargame prussiani che hanno aperto prima agli ufficiali e poi un secolo dopo agli appassionati la possibilità di immaginarsi alla guida di cavalleria ed artiglieria, affrontare le insidie di un campo di battaglia. E’ chiaramente molto più facile simulare un conflitto con i carriarmatini di Risiko, che le speculazioni azionarie, e anche i giochi di potere nelle segreterie di partito o nei corridoi parlamentari sono difficili da simulare e rendere avvincenti, ma se un genio della scrittura come Aaron Sorkin ha potuto rendere appassionante la vita dello staff dell’Ala Ovest della Casa Bianca con una serie acclamatissima (ma poco conosciuta in Italia) come “The West Wing”, allora anche il mondo dei giochi può fare un salto in avanti, no?

Intendiamoci, non siamo all’anno zero dei giochi “a tema/ambientazione politico“, però sono oggettivamente pochi. Abbiamo il classicissimo (e spassoso) Quorum, un gioco italiano che risale ai primi anni ’90, ad opera della C.un.SA (Cooperativa un Sacco Alternativa, NdR). Alcuni degli autori sono divenuti “vacche sacre” del gioco da tavolo italiano: G. Accascina, M. Bardella, Massimo Casa, F. Di Jorio. Luca Giuliano, Stefano Giusti, Fabrizio Casa, Andrea Angiolino.

Facendo una rapida ricerca (anzi segnalatemi altri titoli sul tema!) ho trovato pochi giochi, tutti americani (e american) l’ultimo dei quali è The Primary sul meccanismo delle primarie americane, frutto di un Kickstarter di qualche mese fa e oggi già in vendita, un gioco da 1 a 5 giocatori della durata nominale di 45 minuti. Sembra carino ma non so quanta profondità ha.

Viceversa del genere contesa elettorale, in un ambientazione storica e molto curata nei materiali: 1960 The making of the President (gioco che ha anche una versione light ambientata nel 2008). Un gioco molto bello, una sfida a due con meccanismi che simulano anche i dibattiti presidenziali. Carte curatissime con eventi storici e foto dell’epoca. Durata media sulle due ore.

Sempre sul tema sfida a due, ma si passa dalla politica alla geopolitica c’è uno dei giochi più interessanti e più belli meccanicamente (e sempre della GMT) è Twilight Struggle, edito in Italia da Asmodee, simula 45 anni di guerra fredda tra USA e URSS.

Proseguendo sul tema della geopolitica c’è Diplomacy, un gioco che viaggia sui 65 d’anni di età, forse è il decano di questo tipo di giochi, giocato dallo stesso Kissinger per capirci, da intavolare possibilmente a “plancia piena”, cioè 7 giocatori e la serata libera vista la lunghezza. Un gioco totalmente basato sul bluff e sulla capacità di persuasione, non esiste minimamente la componente aleatoria.

Non possiamo almeno non accennare a 13 giorni, sulla crisi dei missili cubani, della Cranio Creations

Ci sono giochi come Secret Hitler (di cui abbiamo già parlato) o in alternativa The Resistance, che – al limite del party game – usano come ambientazione quella della politica.

Fin qui un assaggio di alcuni titoli, vecchi e nuovi, con diversi gradi di complessità e lunghezza o di accuratezza storica, tutti giochi da tavolo, giochi che personalmente trovo di grande interesse (alcuni non li ho ancora provati sia chiaro, ma essendo appassionato di politica, mi intrigano). Ma invece dal punto di vista del gioco di ruolo, a che punto siamo? Che io sappia non ce ne sono poi molti, chiaramente una componente politica è introducibile anche in D&D, chiaramente in Vampiri è parte stessa della narrazione, ma non sono centrali in sé. E’ possibile che non ci sia proprio interesse o è solo molto difficile? Tornando all’origine della domanda, ci sono molti political drama più o meno belli ma che sono entrati nell’immaginario collettivo, dal punto di vista dei seriali i più importanti sono: The West Wing, Spin City (umoristico, con Micheal J Fox), House of Cards (versione inglese e americana), Designated Survival. Se si può raccontare si può giocare, non credete? Ci aggiungiamo anche Il Trono di Spade naturalmente. Ma allora perché nessuno gioca alla politica? Io finora ho trovato solo questo: Comrades: A Revolutionary RPG (grazie ad una segnalazione di MorgenGabe) un kickstarter ancora aperto ma già totalmente finanziato. Si tratta di un PBTA in cui si potrà giocare con personaggi come il Soldato, lo Studente, il Propagandista, ed il Lavoratore, dove i “compagni imbastiranno riunioni, colpi di stato, eviteranno la polizia segreta e gli agenti provocatori fascisti” il setting può essere storico o moderno a scelta dei giocatori e lo scopo è fare la rivoluzione socialista e abbattere il capitalismo. Figo, ora sottoscrivo. Ne conoscete altri?

PS: mi dicono (ma la Coyote Press che lo editava non c’è più mi risulta) il gioco di ruolo a due “Mars Colony

Ti prendi l’Oceania ed è fatta?

La tattica del campione italiano di Risiko

Il 17 febbraio è stato assegnato il titolo di campione italiano di Risiko!, nella finale del torneo che si è tenuta all’iH Hotels di Milano: ha vinto Massimiliano Tresoldi, che si è imposto su altri trentadue partecipanti provenienti da tutta Italia. Tresoldi, che ha 50 anni ed è di Milano, ha raccontato a La Stampa come è riuscito a vincere, confermando quello che tanti giocatori amatoriali di Risiko! immaginavano: conquistare l’Oceania è sempre un ottimo punto di partenza.

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Uno sguardo a TRIAD, un anno dopo il lancio al PLAY

A circa un anno dal debutto di questo blog una recensione (tardiva) ad un bell’astratto trovato al Modena PLAY

Triad è probabilmente il “primo” gioco che ho acquistato dopo aver avuto l’idea di fare un blog di riflessioni, pensieri e recensioni sul tabletop gaming, quindi – in qualche modo – è anche un pezzo di questo progetto, e dichiaro subito la mia affezione verso questo titolo. Quindi per questa “primogenitura” oltre che per la squisita gentilezza dell’autore (Klaus Nehren) nello spiegare a me e a quella che sarebbe diventata mia moglie il tema e le regole di un gioco a cui, per sua stessa ammissione, aveva lavorato a lungo, vado a raccontarvi questo bel gioco.

Innanzi tutto la cura traspare in un regolamento essenziale ma per nulla piatto. Il gioco è un astratto che più astratto non si può, con alcune regole controintuitive (se vinci, sei tu che perdi un dado) che mantengono la partita in equilibrio perfetto. Un gioco ottimo per avvicinare anche le persone più distanti da questo mondo sia per le sue regole molto semplici, sia per la sua eleganza dal punto di vista dei materiali. Un gioco che può essere tranquillamente il figlio degli scacchi e della dama e che dunque non ha nessun elemento “puccioso” che distolga l’attenzione. Un bel gioco, ben pensato. Magari non un gioco di grande longevità, di certo un gioco che si presterebbe bene ad una versione torneo o in generale ad una sua versione “avanzata”. E’ un gioco – per capirci – che ho propinato almeno una volta a tutti i miei amici e parenti, riscuotendo sempre ottimi feedback, con mia grande gioia.

Le regole sono semplici come dice Dungeon Dice:

Triad è un gioco astratto semplice nel regolamento, ma estremamente profondo nella strategia e nella pianificazione delle mosse. Ciascun giocatore ha infatti a disposizione 6 dadi a 6 facce con un valore che va da 1 a 3, che all’inizio della partita vengono lanciati e posizionati su di una scacchiera. Durante il proprio turno ciascun giocatore deve cambiare la faccia di un dado su un nuovo valore e spostarlo sulla scacchiera. Lo scopo è quello di riuscire ad ottenere una triade di dadi composta da dadi dello stesso valore, oppure di valori tutti diversi, che contenga almeno un dado dell’avversario.

E’ possibile acquistare il gioco sul sito della casa editrice, la WBS

(Qui una utile video recensione di “Giochi Guidati“)

Invece – cosa utile visto che non sempre si riesce ad ascoltare la viva voce dell’autore – qui alcuni estratti da due interviste una su Gruppo Ludico GOS e l’altra sul blog della WBS, in cui Klaus spiega come ha concepito il gioco e quanto tempo gli ci è voluto (una cosa che può ingolosire chi legge e ha un gioco nel cassetto):

Come è nata l’idea di un gioco tanto semplice quanto profondo?

Triad è nato da un sogno. Un sogno fatto durante la notte tra le due giornate del Festival del Fumetto di Novegro, nel febbraio 2011. Sognai una plancia di 6 caselle e dei dadi che vi si muovevano e sognai le triadi. Il giorno dopo, prima di tornare in manifestazione a spiegare giochi nell’area ludica, stampai una plancia e trovai 12 dadi. I primi playtester furono dei visitatori occasionali, nemmeno giocatori esperti.

Triad ha impiegato diversi anni per arrivare in commercio. Come mai tutto questo tempo? Come è cambiato nella sua evoluzione da prototipo a versione definitiva?

Sette anni di lavoro e ricerca. Credo che uno dei fattori che abbiano contribuito di più alla lunga attesa sia la reticenza con cui l’editore “medio” si avvicini al gioco astratto. Si fa parecchia fatica a trovare un editore che possa dare fiducia a un gioco come il mio. Questo è anche il motivo per cui il gioco, negli anni, subì svariate modifiche e semplificazioni del regolamento. Da tre modalità di movimento dei dadi a una sola, per esempio, probabilmente per cedere alla tentazione di vedere il gioco edito. Vedevo i giochi Gigamic avere il successo che avevano grazie alle due regole in croce e provai a seguire quella strada… ed effettivamente, è proprio vero che “less is more”.

e ancora

Triad ha tutte le carte in regola per diventare un grande classico astratto come Othello: quali sono le caratteristiche che rendono Triad così speciale?
Direi il mix di semplicità e profondità: come i migliori astratti, iniziare a giocare è semplice, ma arrivare a vincere richiede una buona dose di pensiero e pianificazione. Spesso ci si trova a dover fare mosse inesplicabili al momento, per distrarre magari l’avversario e non fargli notare una Triade in formazione. L’espressione che più si avvicina alla mia idea per il mio gioco è inglese e dice “Easy to learn, Hard to master”, che letteralmente significa facile da imparare, difficile da padroneggiare. E poi, ma forse è solo il mio parere, l’idea di avere un gioco in cui i dadi non siano sinonimo di fortuna potrebbe attirare un nuovo tipo di giocatori, stufi di essere sempre vittime del fattore C!

All we NEED (is) Games! e ci porta nel Vecchio Mondo

Quei tipacci della Need Games! l’hanno rifatto di nuovo: portare in italiano un altro giocone

Mentre la brigata di Nicola Degobbis festeggiava i due anni di attività della piccola (ha ancora senso chiamarla così?) casa editrice milanese a suon di ruolate (durissime, come dice il boss) nella giornata odierna (e continueranno fino alle 22) è uscita la notizia – bomba – che per chi ha fatto il cacciatore di topi o il farmacista è davvero bellissima: la localizzazione italiana della nuova edizione di Cubicle 7 di Warhammer Fantasy Role Play. Date non se sanno, per ora ci si dovrà “accontentare” dei due titoloni sicuramente in arrivo per il 2019: Vampiri (per Modena Play) e Lex Arcana (che dovrebbe arrivare nelle case dei baker attorno a Giugno/Luglio). Insomma tanta roba, ma è davvero così improbabile che riescano a portarlo a compimento per il Lucca 2019? Attendiamo fiduciosi…

Il politically correct e il Gdr

Alla vigilia di una biopic sul Professore di Oxford, una polemica senza senso sulle “razze”

Nel giro di pochi giorni ho incrociato due articoli molto diversi ma con almeno un passaggio in comune: Tolkien.

Il professore di Oxford che ci ha regalato un intero mondo fatto di epica, avventura, spiritualità e con il più prodigioso apparato linguistico della storia della letteratura, il mondo de Il Signore degli Anelli, sta per essere immortalato in una biopic prodotta dalla Twenty Century Fox

Una notizia che mi ha chiaramente rallegrato, sperando che sia accurata e fedele alla incredibile personalità di JRR Tolkien, al suo pensiero e alla sua fede. Tolkien era un cattolico di profonde convinzioni, e non si può capire la sua opera disgiungendola dalla sua fede. Ed è qui che ho incrociato uno dei due articoli in questione, una traduzione a cura di Donne Dadi e Dati, una pagina che abbiamo ospitato sulla fanpage, di un articolo di Autosave: “That Orc-ward moment: racial coding in Dungeons and Dragons” (qui trovate l’originale e qui la traduzione), nel quale ho trovato un passaggio che mi ha fatto quasi piangere per il dolore, un dolore personale ma anche intellettuale:

In un Fantasy più coloniale, quindi, Orchi e Mezz’Orchi rappresenterebbero chiaramente i neri. Tribù di massicci bruti, con una passione per le cose semplici, come bere e combattere, minacciosi nei confronti della gente che incontrano. E per questo, possiamo incolpare Tolkien.

Niente viene fuori dal nulla. L’arte ispira l’arte, e quando Dungeons & Dragons saltò fuori dal mondo dei war game, e dalla storia della fiction fantasy-western degli anni Settanta, le sue ispirazioni erano palesi. In particolare il Signore degli Anelli, la pionieristica trilogia di J.R.R. Tolkien, fu impiegato in prima linea nella creazione del mondo e dell’atmosfera del gioco.

Per quelli che non lo conoscono, il Signore degli Anelli tratta le vicende di un mondo fantastico chiamato Terra di Mezzo. Il posto è occupato dalle Razze Buone, Umani, Elfi, Nani e simili, e dalle Razze Cattive, come Orchi e Goblin. Ora, se non avete colto il sottile sottinteso nella frase precedente, i buoni nel SdA sono quasi esclusivamente uomini bianchi simil-europei. Sono tutti belli e dalla pelle chiara (qualità portate al livello di super-umani dagli Elfi, ostentati come i Più Buoni e Più Puri del mucchio), e persino i goffi hobbit sono rubicondi modelli della virtù rurale inglese. Di contro, le Razze Cattive hanno tutte pelle scura, narici ampie, labbra carnose e dreadlocks. Sono considerate brutte e mostruose, e come se non bastasse la loro apparenza ne conferma la malvagità intrinseca. Impariamo a empatizzare e a riconoscerci in personaggi che ci somigliano, a riflettere su di loro il modo in cui percepiamo noi stessi e anche quando ero bambino mi era evidente che avevo più in comune con i cattivoni del SdA che con, per esempio, Viggo Mortensen.

In questo brano tratto dall’articolo a firma di Reuben Williams-Smith, mi viene da pensare innanzi tutto che abbia scambiato l’opera tolkeniana con i film di Peter Jackson.

Sì gli Orchi hanno la pelle scura e sì gli Elfi e gli umani sono tutti tendenzialmente di carnagione chiara. I secondi perché Tolkien si ispirava esplicitamente alle saghe germaniche e norrene, quando pensava agli eroi pensava a Sigfrido e Lancillotto, i primi non per razzismo ma per qualità ontologica. Se gli elfi sono l’incarnazione della Luce, gli orchi – che nascono da una loro perversione ad opera del Nemico – sono il Buio. Tutto nell’opera tolkeniana è figura del Bene e del male, con precisa preferenza per il primo. L’opera tolkeniana è un racconto di viaggio, in cui i personaggi principali (Frodo, Aragorn, Gandalf) hanno ciascuno tratti cristologici. L’Anello rappresenta il peccato, gli Elfi sono figura degli Angeli. Tutto l’universo tolkeniano risente della Chanson de Geste, del ciclo arturiano, del poema cavalleresco in cui la donna ha un ruolo preciso ma non subalterno. Ovvio che se si vuole leggere la letteratura medievale con gli occhi della postmodernità tutto apparirà come viziato di razzismo, fanatismo, violenza e patriarcato, ma le opere vanno lette rispetto all’intento dell’Autore e al suo paradigma culturale e l’opera di Tolkien può essere accusata di razzismo solo da chi non la conosce.

Tuttavia – al di là di questo scivolone pur grave – mi pare altrettanto vero che in ambiente americano la riflessione su sessismo/razzismo nel gioco di ruolo si sia aperta davvero, ed è un bene. E’ una riflessione importante e utile ma anche qui bisogna fare attenzione a non decontestualizzarla: la società americana è una società multiculturale da molto più tempo di quella italiana e in maniera molto più profonda ancora oggi. Se – e mi riferisco ad un interessante articolo accademico “Privilege, Power, and Dungeons & Dragons: How Systems Shape Racial and Gender Identities in Tabletop Role-Playing Games  – nelle immagini del manuale del 1974 lasciava spazio alla rappresentazione iconica di personaggi femminili solo nel 22% dei casi e invece in nessun caso rappresentava afroamericani o asiatici (pur essendo essi già ampiamente presenti nella società americana), esso non vuol dire (come spiega lo stesso autore, Antero Garcia) che il lavoro di Gary Gygax fosse un prodotto razzista, semmai che fosse un prodotto del proprio tempo e del proprio milieu culturale.

La scarsa rappresentazione di afroamericani non poteva del resto indignare noi italiani quando ricevemmo il manuale negli anni ’80: io vivo a Roma e a mia memoria non c’erano bambini di colore né alle elementari, né alle medie quando iniziai a giocare di ruolo. Non erano nel mio spazio mentale, il fatto di non “calcolarli” non fa di me un razzista. Oggi naturalmente sarebbe diverso. Il tema della razza e del genere è un problema che agita da tempo la società anglosassone e in misura diversa (talvolta minore, ma certamente con accenti culturalmente diversi) l’Europa continentale. Probabilmente c’è anche una filosofia sociale diversa alla base di questi due mondi, sarebbe interessante indagarla (del resto, a spanne, nel gioco da tavolo ci si divide tra german e american, e sono due modi alternativi di pensare le dinamiche di gioco), ma non è questa la sede.

Tornando a bomba, esiste una cultura nerd egemonizzata dai maschi bianchi eterosessuali? Certamente sì. Essa è automaticamente razzista e sessista? Non credo, ma è giusto preoccuparsene, tuttavia – tornando all’articolo iniziale – il tema è quello del concetto stesso di “razza” dentro il gdr a partire proprio da Dungeons and Dragons che – in quanto capostipite – ha tracciato una via:

Il Mezz’orco è l’opzione primaria offerta dal Manuale del Giocatore a coloro che vogliano aggiustare le proprie retoriche problematiche. E assottiglia anche il già abbastanza labile confine tra “razza” e “specie”. Essendo un mix di due differenti popoli, si porta dietro lo stigma e le aspettative da ciascuno. Per i Mezz’orchi cresciuti tra gli Umani, questo significa una vita passata a venir giudicati per le proprie origini, non abbastanza Umano per essere degno di fiducia, non abbastanza Orco per essere rifiutato del tutto.

Il razzismo secondo l’autore è stato sposta dall’etnia (caucasico, asiatico, africano) al binarismo umano/non-umano. Il centro dell’articolo è che nel fantasy:

Il concetto che certe razze o gruppi etnici hanno tratti genetici che li rendono più forti, più veloci o più intelligenti, o più inclini al bene o al male è un orribile retaggio del colonialismo, i cui atteggiamenti hanno condizionato i suoi scrittori più influenti [Tolkien, ndr].

A mio modo di vedere questa impostazione, formalmente corretta e forse condivisibile, sconta il problema su un misconoscimento dell’opera tolkeniana. Se togli il concetto di Bene e male dall’equazione, e ignori che gli orchi non sono cattivi perché rappresentati così, ma perché sono una perversione operata dal Male, finisce che non comprendi più perché gli umani e gli orchi sono nemici, quella malvagità la vedrai solo come frutto della propaganda (neo)coloniale e che questa è la causa di questo travisamento, e che in fondo gli Orchi hanno un’altra morale e che – essendo questa soggettiva e non oggettiva – dipingerli come malvagi è un arbitrio. Ma questo è un problema che nasce quando ci si espone al ridicolo pensando che il Signore degli Anelli non sia una opera connotata teologicamente.

Bene quindi ragionare di “spazi sicuri” al tavolo da gioco per donne/omosessuali/minoranze etniche, benissimo problematizzare la scrittura del gioco di ruolo, attenzione però a non costruire una caccia alle streghe basata sugli eccessi del politicamente corretto, o ci ritroveremo a non poter più descrivere assassinii, stupri e violenze mentre siamo al tavolo da gioco.

I generi letterari cambiano ma per essere riconoscibili come tali hanno bisogno anche di continuità e capisaldi, che possono anche essere ripensati e ribaltati (io avevo iniziato una campagna in cui gli elfi erano in pratica dei nazisti che occupano le terre degli umani imponendo il loro dominio su di essi) ma non sterilizzati, altrimenti come ho detto ci ritroveremo presto – anche al tavolo da gioco – in quella condizione orribile in cui si ritrovano nei campus e nelle università americane dove in pratica non esiste più il vero free speech e dove non si possono leggere (o almeno bisogna avvisare l’uditorio) i classici greci e latini perché parlano di stupro (ma anche Shakespeare è sotto accusa) oppure saremo costretti a riscrivere i classici anche di autori marcatamente progressisti come Mark Twain perché usava come tutti nel suo tempo (come direbbe JD di Scrubs) “Nero con la g” in luogo di afroamericano e riproposta negli USA con l’asettico “schiavo”. Ecco forse la forza della frequentazione coi miti classici in Europa (dall’Italia alla Francia alla Germania e alla Spagna) ci ha protetto dall’allevare una generazione di snowflakes come sta accadendo negli USA…

In conclusione parliamone, sforniamo giochi che ribaltino i ruoli come Night Witches o Kagemusha Kagematsu, ma non buttiamo il bambino con l’acqua sporca!

PS: Per approfondire alcune questioni su Tolkien clicca qui.

Alla scoperta di “Secret Hitler”

Un party game veloce, molto curato e che educa i partecipanti al pericolo del ritorno del fascismo

Dopo aver coltivato per anni un gruppetto di amici portandoli da Monopoli e Risiko a Ticket to Ride e Coloni, ormai il tema non è “se giocare” questa o quella serata, ma a cosa. Un problema che si presenta con maggiore pressione quando effettivamente ci si ritrova con più di sei persone al tavolo. Croce e delizia di avere un sacco di amici “accoppiati”: non vengono mai da soli. Ecco allora la necessità di rimpolpare la propria libreria di giochi con i titoli più flessibili possibili, e quindi anche con i cosiddetti “party game”. Di recente in giro in Australia, sono (ovviamente) entrato in un negozio di giochi di Sidney e mi sono ricordato di un articolo che avevo letto sul Post a proposito di un gioco che aveva spopolato qualche anno addietro su Kickstarter e che aveva un tema molto particolare (non sono poi molti i giochi a tema politico, anzi…): il fascismo. Il gioco si chiama Secret Hitlered è un gioco di deduzione dove i partecipati, in meno di un’oretta, scopriranno se la piccola ma agguerrita minoranza di fascisti è capace di sovvertire la democrazia liberale e prendere il controllo. Ieri sera abbiamo fatto tre partite ed effettivamente sì, una minoranza ben organizzata può vincere facilmente contro i difensori delle libertà costituzionali.

Il gioco è semplice: da 5 a 10 giocatori una quota di essi saranno segretamente fascisti (i ruoli vengono assegnati tramite le carte) e uno di essi a sua volta è Hitler. Scopo dei fascisti è approvare 6 politiche fasciste oppure eleggere Hitler al ruolo di Cancelliere, scopo dei liberali è approvare 5 politiche liberali o uccidere Hitler. I fascisti sanno chi sono i loro compagni camerati, chi è Hitler, e chi sono i liberali. I liberali non sanno nulla (al solito…) e il giocatore che ha il ruolo di Hitler lo stesso. Sa di avere alleati ma non sa chi sono. Il problema (e il divertente del gioco) è che un certo numero di politiche fasciste – se approvate – rendono la vita dei liberali più facile, permettendogli di a) indagare un possibile fascista b) imporre un presidente amico c) uccidere un altro giocatore. Poiché questi poteri sono in sequenza, se i liberali non sono in grado di approvare leggi liberali, la strada alternativa è quella di imboccare (per un po’) il fascismo, per avere il potere di uccidere (ammesso di aver capito chi sia il giocatore) Hitler. Peccato che – con una perfetta metafora – una volta arrivati al punto di poter risolvere con la forza i “pericoli per la democrazia”, la vittoria per i fascisti sia dietro l’angolo.

Morale della favola giocateci, è davvero molto carino. In italiano non c’è ma i Goblin hanno fatto una traduzione delle regole che trovate qui.

Uno degli autori del gioco è Max Temkin, autore anche di Cards Against Humanity (altro social game molto cattivo mi dicono), sul suo blog racconta qualche aneddoto sulla lavorazione dietro al gioco con delle belle immagini del prototipo. Magari vi ispira.

Il gioco è ambientato quindi nella Germania degli anni ’30 ma ha – come è ovvio – un preciso intento “pedagogico”. Il gioco funziona perché da un po’ di tempo – per molti motivi – le democrazie hanno smesso di funzionare al meglio e stanno aprendo le porte a rigurgiti autoritari e in qualche caso a forme di pseudofascismo. Interessante che proprio gli autori abbiano inviato ai 100 senatori americani una copia del gioco… forti anche di una “versione Trump” del gioco (identico nelle meccaniche ma con Miller, Bannon e Trump e altri nei ruoli di fascisti)