Giocare di ruolo: al tavolo o via pc? Purché si giochi. Purché si resista all’atomizzazione

Read Time:2 Minute, 24 Second

In questi giorni si è svolta una discussione interessante su uno dei gruppi di Facebook afferenti alla community dei giocatori di ruolo. Ci si domandava – tutto sommato – se giocare via chat o via servizi come Discord o Roll20 fossero o meno uno snaturamento della prassi del gdr al tavolo tra amici. Ne sono uscite osservazioni e testimonianze di vita tra le più diverse, tutte molto interessanti. C’è chi ha potuto continuare il proprio hobby grazie alla tecnologia che permette a giocatori fisicamente lontani di incontrarsi, magari favorendo nuove amicizie, oppure la possibilità di conciliare impegni di vita con quelli lavorativi. In effetti però uno dei temi ricorrenti è proprio quello di conciliare le necessità correnti (i figli, il lavoro, le distanze tra casa e lavoro) con la voglia di non abbandonare la propria “vita da avventuriero”, leggendo queste legittime rimostranze non ho potuto fare a meno di pensare a quanto tempo ci viene sottratto dal lavoro o da distanze/servizi di trasporto inefficienti (perché sempre più definanziati).

Mi è tornato alla mente un articolo su The Vision, non particolarmente innovativo, ma esemplificativo di una tendenza che mi trova d’accordo: il sistema in cui viviamo ci vuole atomizzati, lontani e soli. Il Capitalismo non ama, perché l’amore è un atto gratuito. L’unica gratuità che prevede è quella dello stagista o degli straordinari non pagati. Scusate se devio dall’argomento centrale di questo blog, ma sono convinto che il gioco di ruolo, ma anche quello da tavolo, con il suo tutto sommato modesto impegno economico, sia un antidoto alla frenesia del tempo presente. Ogni volta che si decide di vedersi insieme per passare del tempo di qualità, lo sottraiamo al consumo, e quindi ce ne riappropriamo. Ci sono amicizie nella mia vita che sono sopravvissute anche grazie a quell’appuntamento settimanale, e proprio quando esso si è diluito che abbiamo capito che esigenze che nulla avevano a che fare con le cose realmente importanti, si stavano mettendo tra di noi, di traverso. Chiaro che accudire i figli, stare con il proprio partner non sono cose meno importanti di passare una serata tra amici, anzi il contrario, ma essi diventano di difficile attuazione quando passiamo quasi metà dell’intera giornata o al lavoro o nello spostamento tra casa e lavoro. Una condizione che l’attuale sistema tecnologico rende senza senso. Non c’è bisogno di essere accelerazionisti o comunisti per pensare che – almeno in Occidente – lavorare più di 25-30 ore la settimana è privo di senso, perfino nel terziario e nel terziario avanzato. Lavorare meno, lavorare tutti vorrebbe dire avere tempo di vita, da spendere con gli amici, gli affetti, liberandoci dal bisogno. Non è una utopia, non più di quando i nostri bisnonni chiedevano la settimana di 40 ore. Giocare è un atto inutile, e proprio per questo è liberatorio e rivoluzionario.

Tutti voi che giocate siete dei resistenti. Continuate, ma fatelo con consapevolezza. Stay Rebel!

0 0
Happy
Happy
0 %
Sad
Sad
0 %
Excited
Excited
0 %
Sleppy
Sleppy
0 %
Angry
Angry
0 %
Surprise
Surprise
0 %

Pazzi per Tetris? Datevi una “Seconda Chance”

Read Time:2 Minute, 48 Second

Chi non è impazzito dietro ai tassellini da impilare velocemente nel modo corretto sul proprio pc o smartphone qualche lustro fa? Tetris ha rappresentato per gli anni ’80 una piccola rivoluzione, scoprire anche l’etimologia del nome del gioco è stato molto divertente per me (qui trovate qualche curiosità): i pezzi sono multipli di “4” chiamati “tetramini”, da qui “Tetris”. Un gioco con una longevità così ampia (oltre 35 anni) non poteva che diventare un pezzo di cultura pop. Tutti ci hanno giocato, compresi coloro che scrivono film, serie tv, colonne sonore, fumetti, giochi. Non credo di mancare di rispetto al grande Uwe Rosenberg se dico che questo suo “Seconda Chance” ne sembra un omaggio, di quelli che solo un maestro può fare verso un classico.

Nel gioco edito in Italia da MS Edizioni, avrete a disposizioni tutto quanto serve per giocare, comprese le matite (cosa che come mi è capitato altrove ho gradito molto). Non aspettatevi chissà che profondità da un titolo card driven che si gioca in famiglia, da 2 a 6, in circa 15-20 minuti. Mia sorella – che non è proprio una veterana del gioco – ci si è chiusa, a riprova che è un gioco piacevole e adatto a tutti anche per la possibilità di intavolarlo in davvero cinque di minuti di orologio.

Il gioco ci compone di alcuni foglietti quadrettati 9×9, 13 carte iniziali con figure da 8 quadrettini tutte diverse e 40 carte con figure di diverse dimensioni e in più copie. Ogni giocatore riceve all’inizio del gioco una delle carte iniziali e la disegna al centro del suo foglio nel verso che più preferisce (compresa la possibilità di ribaltare la figura specularmente), da questo momento in avanti invece sono le carte del mazzo comune ad essere usate, si calano due per volta e ognuno dei partecipanti è libero di scegliere quella che preferisce in base agli spazi rimasti o a quello che ritiene sia più probabile che possa uscire in seguito. Fino a che può disegnare i pezzi che escono dal mazzo, senza mai sovrapporli con i disegni precedenti, tutto fila liscio, se ci si ritrova nella condizione di non poter disegnare più nulla si chiede la “Seconda chance” che dà il nome al prodotto. Il o i giocatori che hanno bisogno estraggono ciascuno una carta per loro stessi, non saranno più dunque carte comuni, se la nuova carta si adatta, proseguono nella partita altrimenti sono eliminati. Non c’è un limite alle seconde chance purché ogni volta la carta estratta permetta di continuare a giocare. Vince l’ultimo che resta in gioco o che ha meno spazi lasciati liberi. Facile no?

E’ un titolo che consiglio fortemente se volete in casa un gioco veloce e poco impegnativo, capace di coinvolgere anche gli amici o i parenti che giocano solo occasionalmente. Il gioco è facile anche per persone di diverse età (dagli 8 anni in su) e le carte (formato mini, 44×67 mm) sono anche graziose a vedersi e facilmente trasportabili, cosa che non guasta mai. A rigore avete bisogno solo di queste, per il resto bastano fogli quadrettati con una cornice 9×9 e penne o matite. E’ il tipo di gioco che piacerà insomma ai casual gamers, ma che non potrà dare chissà che soddisfazione agli hard gamers, i quali però un paio di partite le faranno certamente, non fosse altro che per effetto nostalgia…

0 0
Happy
Happy
0 %
Sad
Sad
0 %
Excited
Excited
0 %
Sleppy
Sleppy
0 %
Angry
Angry
0 %
Surprise
Surprise
0 %

Regalo last minute? Un drago da Oscar

Read Time:1 Minute, 29 Second

Oggi non si parla di giochi, ma di libri, questo perché non si può alimentare la fiamma della creatività e della narrazione attorno al tavolo senza dargli in pasto qualche buon ciocco. Ed ecco perché oggi mi sento di darvi un piccolo ed estemporaneo consiglio, buono se volete per il regalo last minute al/la fidanzat*, a mamma o papà, al vostro cuginetto scassap… esuberante: regalate un libro. Regalate una avventura in luoghi oscuri ed esotici o familiari ma su cui viene proiettata una luce diversa. Londra o il Massachussets, New York o Idris, Melniboné oppure Approdo del Re sono solo sfondi su cui possiamo proiettare paure e speranze, emozioni e sogni delle nostre vite e da cui trarre con fiducia spunti per le nostre partite di gioco di ruolo.

In particolare voglio segnalarvi la collana Oscar Draghi” di Mondadori che sta portando avanti una meritoria impresa di mettere insieme la letteratura “di genere” in unica veste grafica e in unico piano editoriale per cui – come potete vedere dall’immagine di copertina o se andare a spulciare sul sito – troverete classici come Wells, Asimov e Conan Doyle accanto ad autori contemporanei come Martin, Moorcock o Clare. Una occasione per riscoprire i classici (che sono una risorsa inesauribile) e autori nuovi capaci di ridefinire il confine tra i generi della letteratura fantastica (dal giallo, alla fantascienza, all’horror al fantasy con tutte le intersezioni che riuscite ad immaginare).

Libri come questi sono come bottiglie in cui è imprigionato un fulmine e il fatto che siano anche esteticamente belle, cari i miei accumulatori seriali, non fa che facilitarne l’acquisto.

Tra le cose più interessanti che mi sento di segnalare sono i racconti di Edgar Allan Poe, nell’antologia Obscura, Le Cronache di Narnia di Lewis e Conan il Barbaro di Howard.

0 0
Happy
Happy
0 %
Sad
Sad
0 %
Excited
Excited
0 %
Sleppy
Sleppy
0 %
Angry
Angry
0 %
Surprise
Surprise
0 %

Alla scoperta di Coriolis!

Read Time:4 Minute, 48 Second

Avete mai visto Babylon 5? E’ una serie di fantascienza degli anni ’90 quasi contemporanea con Star Trek: Deep Space 9 a firma di J. Michael Straczynski (autore di alcune centinaia di albi della Marvel, delle sceneggiature di Changeling, Thor o World War Z, nonché di He-Man e di davvero molto altro) dall’immaginario davvero atipico, dove politica, guerra, religione, magia e profezie si mescolano. La CGI con cui è stata realizzata non era davvero all’altezza, ma la storia, che forse oggi troveremmo lenta (oltre 20 episodi a stagione per cinque stagioni) avevano una ricchezza di intrecci e sottotrame di grandissima portata e il clima cosmopolita della stazione Babylon 5 era suggestivo, e molto più credibile dell’asettica e perfettina (anche se l’ho adorata) “gemella” di DS9. Tutto questo per dire che avrei sempre voluto una ambientazione che ne cogliesse davvero il feeling e sebbene ci sia un gdr ufficiale (della Moongoose Publishing con sistema d20), all’epoca non era così facile venirci a contatto e in Italia non è mai arrivata. Ma adesso in compenso è arrivato Coriolis: il Terzo Orizzonte e leggendolo mi sono esaltato in maniera incredibile! Una fantascienza che parte da una estetica arabeggiante (che è già una innovazione), complotti e conflitti tra gilde e domini, fazioni in lotta tra di loro in precario equilibrio, mondi e sistemi stellari da esplorare. C’è davvero un universo a cui potersi aggrappare per narrare storie belle, piene di ruolate incredibili, ci sono le Mille e una notte e Blade Runner, Alien e Riddick, dipende solo dai giocatori capire cosa vogliono. Ecco scrivendo effettivamente mi viene in mente che alcune intuizioni dei film con Vin Diesel circa le Chronicles of Riddick, sono degli ottimi spunti che potete portare in Coriolis, come il tema del pellegrinaggio religioso in una ambientazione spaziale, in cui di nuovo – come un tempo – raggiungere un luogo sacro può voler dire viaggiare settimane o mesi, con tutti gli incidenti che possono capitare in un viaggio del genere! Coriolis mi ha dato immediatamente la voglia di approfondire una ambientazione già scritta, capire come è possibile infilarci dentro questa o quella avventura. Se non vi siete scocciati di leggere il mio fomento andiamo ad approfondire un po’ più analiticamente cosa si trova nel manuale base.

Il gioco: un sistema semplice ma non banale

Innanzi tutto Coriolis è un prodotto della Fria Ligan, il gruppo svedese che ha da poco pubblicato un gdr ufficiale di Alien e che è ha prodotto titoli acclamatissimi come Tales from the Loop, Forbidden Land, Symbaroum e Mutant: year zero. Insomma già questa è una garanzia. In Italia viene pubblicato da Wyrd Edizioni a partire dall’edizione inglese della Modiphius. Il volume è ben fatto, con bellissime illustrazioni che aiutano a calarsi davvero molto nell’ambientazione. Le regole sono semplici e piuttosto immediate: si tira un pool di dadi che scaturisce dalla somma tra abilità e caratteristica. Si usano solo i d6. Ogni 6 è un successo. Zero successi uguale fallimento, uno o due successi, il personaggio riesce ma ci sono conseguenze, tre o più e riesce perfettamente con benefici progressivi. E’ un sistema che spinge facilmente la narrazione verso imprevisti o situazioni imprevedibili, e la sua semplicità non fa che mantenere intatto il ritmo del gioco. In casi estremi ci si potrà rivolgere all’Icona (una sorta di divinità) che protegge il PG, ma questo avrà un prezzo in accumulo di Punti Tenebra (l’universo vuole l’equilibrio) che potranno essere spesi dal Narratore per mettere in difficoltà i giocatori, mandare qualcosa di traverso, far inceppare un’arma e via dicendo. Il design del gioco spinge dunque all’intromissione da parte del GM, a mettere i personaggi sempre sotto pressione mentre la storia si dipana, ma è anche molto cinematografico. A questo si aggiunge quello che per me è da considerarsi – in termini di design – un piccolo colpo di genio: come si fa a coinvolgere i personaggi in continue missioni a rischio della loro vita? La taverna può andar bene una o due volte, la fanciulla in pericolo un’altra, ma poi? E se i PG avessero un debito? Una nave – ogni party ne ha una! – costa molto, e il gruppo, oltre ad avere delle mosse “di gruppo”, ha anche un debito pari alla metà del valore della nave. E questo va ripagato, e magari il vostro “benefattore” è un tipo alla Jabba The Hutt. Ecco che i giocatori sono spinti da un bisogno reale e impellente: pagare il debito, con tanto di interessi. Non è una banalità, quando i PG non pagheranno una rata del debito, potrebbero accadere molte cose spiacevoli e dunque interessanti.

Una ambientazione suggestiva

L’ambientazione si diceva. L’umanità nella sua ricerca di luoghi dove potersi espandere hanno trovato dei portali, retaggio di una civiltà scomparsa, che ha permesso loro di arrivare lontanissimo e colonizzare decine di mondi collegati tra loro da altri portali. Lo chiamarono Primo Orizzonte. Poi trovarono un altro portale che conduceva a nuovi “grappoli” di sistemi. Il Secondo Orizzonte. Infine un Terzo Orizzonte venne scoperto. Rivalità e lotte o semplice invidia hanno isolato infine il Terzo dai primi due, condannando la fiorente civiltà al declino, fino all’inaspettato arrivo di un’arca colonizzatrice partita un millennio prima dalla terra al fine di trovare nuovi luoghi dove espandere l’umanità. Ma l’umanità ci era arrivata in anticipo. Questo ha creato tensione, ma anche un innesto di vitalità e tecnologie. La grande nave-arca è stata riconvertita in stazione spaziale: Coriolis! Qui le fazioni trovano un luogo dove cercare una mediazione, qui il commercio è vivo e vitale, e la stazione diviene una sorta di “capitale morale” dei mondi che sono collegati tra loro dai portali. In questo universo si svolgono le avventure dei giocatori. Ne vale la pena.

Ringrazio la Wyrd Edizioni per avermi fornito una copia del gioco.

0 0
Happy
Happy
0 %
Sad
Sad
0 %
Excited
Excited
0 %
Sleppy
Sleppy
0 %
Angry
Angry
0 %
Surprise
Surprise
0 %

Quattro chiacchiere con Ennio Bilancini

Read Time:5 Minute, 59 Second
Copyright IMT School for Advanced Studies Lucca

Ultimo giorno di Lucca Comics and Games, fuori piove (strano!) e dentro la Sala Ingellis c’è un manipolo di scrittori ed editori di giochi di ruolo, qualche giornalista e alcuni membri di associazioni ludico-culturali afferenti al circuito di FederLudo. E poi c’è lui: Ennio Bilancini, un economista. Che parla a questa platea iperspecializzata di profilazione dei giocatori e di studio del comportamento umano. Una mosca bianca? Uno che ha sbagliato luogo? Oppure un viaggiatore del futuro che è venuto ad avvisare dove andranno gli sforzi del settore ludico nei prossimi anni? Fatto sta che parla e dice cose interessanti e controverse, ma il tempo è tiranno e ci vorrebbe un panel solo per lui, quindi Io non gioco da solo decide che sarà il caso di sentirlo in un secondo momento.

E’ arrivato il secondo momento. Ma chi è esattamente il nostro interlocutore? Ennio Bilancini è un professore ordinario, specializzato in economia comportamentale, docente del prestigioso IMT Scuola di Alti Studi di Lucca, dove dirige – ed è questo uno dei motivi che lo hanno portato un paio di mesi fa a partecipare ad una tavola rotonda sulle prospettive del GdR – il primo corso universitario dedicato al gioco da tavolo in presenza. Per ora è una Winter School, di cui si è celebrata la prima edizione a cavallo di LCG 2019 e in collaborazione con Lucca Crea e CMON, ma di cui possiamo anticipare già, ci sarà una edizione 2020. Ed è già una notizia questa ovviamente. Ma a questo punto possiamo chiedere al professore (raggiunto telefonicamente), perché un prestigioso centro di ricerca come l’IMT di Lucca dovrebbe occuparsi di giochi?

“Per due ordini di motivi – ci spiega – uno interno all’IMT e uno interno alla ricerca scientifica in quanto tale. Partiamo da quest’ultima: è un fatto evidente che l’attività ludica o il gioco, come interazione strategica sia un fenomeno vastissimo, che attiene alla storia dell’uomo, ma è altrettanto vero che mai come negli ultimi centomila anni, sia stato così diffuso come è oggi nelle nostre società. Da quando esiste il Sapiens sapiens, la complessità strategica è aumentata enormemente e mai come ora è stata così presente nelle nostre vite. Quindi è un fenomeno che vale la pena indagare di per sé. Per quanto riguarda perché IMT, è semplice: fa parte della sua mission istituzionale. Il gioco non è studiabile con una sola disciplina, non può farlo lo psicologo, non può farlo l’antropologo, né l’economista quello che serve è un approccio multidisciplinare che passi per una metodologia quantitativa. L’IMT è nato per la ricerca interdisciplinare e l’approccio tra più saperi, il fatto poi che abbiamo sede a Lucca e quindi che la cornice di Lucca Crea e LCG siano a portata di mano non fa che semplificare la cosa”.

Insomma siete il soggetto giusto al posto giusto?

“(ride) si può dire così…”

Ma come nasce l’idea di una Winter School tra designer e accademici e come è andata questa prima edizione?

“Nasce da una esigenza e da una ambizione, nonché da una domanda del mondo non-accademico: ci sono professionisti capaci di capire gli effetti del gioco nelle credenze e nei comportamenti delle persone? Un pezzo importante del settore education passa attraverso l’avvenimento “gioco”. Qualunque aspetto della nostra vita può essere influenzata dal gioco. Senza una expertise è difficile (se non impossibile) capire gli effetti del gioco e – soprattutto – quali giochi per quali effetti.

Al Game Science Research Center ci interessano giochi capaci di indurre comportamenti desiderabili, sia virtuosi (come il progetto per le scuole, BlueTube, che insegna a non sprecare l’acqua voluto da Geal e Lucca Crea e di cui noi del Game Science Research Center ci siamo occupati proprio di misurare l’efficacia) sia utili per l’educazione e la formazione. Mentre a New York c’è qualcosa di simile ma dedicato al digital game, per quanto riguarda il “gioco in presenza” c’è il quasi vuoto, in Italia siamo gli unici, per questo abbiamo iniziato con una Winter School per rendere i partecipanti edotti che sia la scienza che il mercato hanno richiesto che nascesse un percorso come questo.

Per poter capire davvero gli effetti di un gioco che ha un intento prosociale, non puoi che far interagire lo studente con il game designer professionista. Capire la difficoltà di inventare un gioco, passando il più possibile dal fallimento, per questo li facevamo provare subito a inventare perché venissero subito messi alla prova”.

Che tipo di profili volete formare?

“Non vogliamo creare solo accademici: vogliamo formare esperti da spendere nel mercato del lavoro con varie tipologie di figure professionali, dal game designer, al consulente fino al comunicatore professionista che con corsi come questo hanno una base più solida con cui proporsi. Ovviamente vogliamo anche formare nuovi accademici che studino questo settore di frontiera che è la Game Science“.

Chi ha partecipato alla vostra Scuola?

“Abbiamo avuto una dozzina di partecipanti per il nostro corso residenziale. Volendo essere molto pratico e seminariale non potevano essere più di così, e li abbiamo divisi in tre gruppi di lavoro. Un terzo di loro veniva da percorsi dottorali di economia, fisica e matematica applicata ma con zero nozioni di game design alle spalle, un terzo con qualche esperienza di game design e qualche nozione accademica e un ultimo gruppo con esperienza industriale di game design ma senza background accademici alle spalle”.

Una buona varietà….

“Un bell’esperimento che ci ha permesso di creare gruppi molto eterogenei tra loro capaci di imparare gli uni dagli altri!”

Cosa possiamo imparare dal gioco di ruolo e dal gioco da tavolo circa il comportamento umano e viceversa cosa le scienze comportamentali possono insegnare ai designer di oggi e di domani?

“Possiamo usare i giochi in due modi principalmente. Innanzi tutto il gioco come strumento per far emergere alcune caratteristiche della nostra umanità: per lo scienziato sociale è dunque innanzi tutto uno strumento di lavoro. Così come il chimico introduce un reagente per ottenere una reazione, così lo scienziato sociale può usare il gioco per misurare cose come: collaborazione, altruismo, intelligenza”

Insomma il gioco giusto per la misurazione giusta?

“Ovviamente sì! Il gioco poi può essere un valido strumento per costruire politiche pubbliche o aziendali, cioè implementare saperi o competenze o comportamenti ritenuti desiderabili. Per sapere però quale sia questo “gioco giusto” è necessario fare prove e tentativi al pari di un trial clinico, capire cosa va bene e cosa no, cosa è dannoso e cosa raggiunge lo scopo prefissato. Servono moltissime professionalità con curriculum precisi che è uno degli scopi del Game Center

Poi c’è un altro modo di usare i giochi…

“Certamente, il gioco non come reagente ma come lente di osservazione, cioè come strumento per osservare durante e non dopo le persone e permettere così una profilazione psicologica e delle competenze. Il gioco è un test di intelligenza molto profondo per capire certi elementi, ma servono le variabili e le competenze giuste. Possiamo mappare la “moralità” e l’etica, cioè il comportamento, ma è una tecnica difficile da padroneggiare”.

Sarà mai immaginabile un vero e proprio percorso di studi tipo un Master su questi argomenti?

“Noi ce lo auguriamo, ma siamo all’inizio di questo percorso, ed è presto per questo…”

0 0
Happy
Happy
0 %
Sad
Sad
0 %
Excited
Excited
0 %
Sleppy
Sleppy
0 %
Angry
Angry
0 %
Surprise
Surprise
0 %